Salerno blindata per ricordare Carlo Falvella: quando la memoria divide più del presente
Ieri, 7 luglio, poco prima delle quattro del pomeriggio, il centro di Salerno ha cominciato a cambiare volto. Camionette, agenti agli accessi, reparti della Celere in assetto antisommossa, presidi tra Piazza Vittorio Veneto, Corso Vittorio Emanuele, Palazzo di Città, Lungomare e Via Velia. Perfino un elicottero a sorvolare la zona. Chi arrivava in città avrebbe potuto pensare a un vertice internazionale o a un’emergenza. Invece no: tutto quell’apparato era stato predisposto per garantire la presentazione di un libro. Il libro era “E me ne vanto. La storia di Carlo Falvella”, scritto da Tony Fabrizio e presentato nel Salone dei Marmi del Comune di Salerno, nel giorno del ricordo del giovane salernitano ucciso il 7 luglio 1972. Non è stata la presentazione del libro, in sé, a generare la tensione. Quel clima si era formato già nei giorni precedenti, quando alcuni consiglieri comunali avevano contestato la concessione del Salone dei Marmi, ritenendo inopportuno che una sede istituzionale ospitasse un’iniziativa legata a una figura e a un’area politica considerate divisive. Alla base della contestazione vi erano anche il valore simbolico della sala comunale e la pubblicazione del volume da parte di Altaforte Edizioni, indicata come vicina a CasaPound. Ad aggravare il clima aveva contribuito anche quanto accaduto alcune notti prima nella zona del porticciolo di Pastena, dove, secondo le ricostruzioni riportate dagli organi di stampa, alcuni militanti di CasaPound intenti ad affiggere manifesti in ricordo di Falvella sarebbero stati aggrediti da appartenenti all’area antagonista. Un precedente che aveva già lasciato intuire come la commemorazione potesse trasformarsi in un nuovo terreno di scontro.
Una presentazione che avrebbe potuto essere un momento di memoria, confronto storico e testimonianza è diventata così il centro di una contrapposizione tale da richiedere un imponente dispositivo di ordine pubblico. Chi ha contribuito ad alzare il livello dello scontro politico dovrebbe interrogarsi sulle conseguenze che certe campagne possono avere sul clima cittadino. Le parole di chi ricopre incarichi pubblici hanno un peso: possono alimentare o disinnescare le tensioni.
Per oltre quattro ore il cuore della città è rimasto sotto il controllo costante delle Forze dell’Ordine. Da una parte il Salone dei Marmi, con la presentazione del volume; dall’altra la contestazione in strada, separata da un cordone di sicurezza. Due scene vicine, ma divise da un clima completamente diverso. All’interno del Salone l’atmosfera è stata composta e rispettosa. A moderare l’incontro è stato Andrea Coppola. Sono intervenuti l’autore Tony Fabrizio, Marco Falvella, fratello di Carlo, il senatore Domenico Gramazio e il prof. Gherardo Marenghi. Nella parte finale hanno preso la parola anche due giovani militanti, segno di come quella vicenda continui a essere trasmessa e riletta anche dalle nuove generazioni. Durante l’incontro il libro è stato presentato non solo come una ricostruzione biografica, ma come un’opera volta a restituire a Carlo Falvella la sua dimensione umana, prima ancora che politica. Marco Falvella, con equilibrio e fermezza, ha richiamato il tema del rispetto e ha criticato chi ha ritenuto inopportuno l’uso del Salone dei Marmi. Il punto più forte del suo ragionamento riguarda la strumentalizzazione della memoria: non si può usare la vita di un ragazzo di diciannove anni per interessi politici o personali. Un’affermazione che pesa, perché arriva da chi quella tragedia l’ha vissuta come ferita familiare. Fuori, intanto, il clima era tutt’altro. La contestazione ha accompagnato l’evento con cori e slogan di protesta, rendendo necessario separare nettamente i gruppi. La zona del Comune, il Lungomare, l’area della Gelateria Nettuno e Via Velia, dove si è poi svolta la parte finale della commemorazione, sono state interessate da presidi, movimenti e disagi alla circolazione. Il diritto di contestare esiste, come esiste il diritto di manifestare. Ma una manifestazione autorizzata non può essere trattata come una provocazione da impedire o da circondare con un clima di intimidazione. Quando il dissenso diventa pressione, occupazione dello spazio pubblico, coro offensivo e contrapposizione muscolare, il problema non è più solo politico: diventa anche un problema di ordine pubblico. Va riconosciuto che i partecipanti alla manifestazione autorizzata, pur in presenza di provocazioni e cori ostili, non hanno reagito e hanno lasciato l’area ordinatamente. Il merito principale, però, resta delle Forze dell’Ordine: Polizia, Carabinieri, Guardia di Finanza, Polizia Municipale e reparti mobili hanno gestito una situazione complessa con equilibrio, esperienza e professionalità, evitando contatti tra i gruppi e impedendo che la giornata degenerasse. Resta una domanda amara: era davvero necessario mobilitare un apparato così imponente per la presentazione di un libro? Nei fatti sì, perché il clima creato attorno all’evento lo ha reso necessario. Ma proprio questo dovrebbe far riflettere. Una città che deve blindare il proprio centro per consentire una commemorazione autorizzata mostra un problema irrisolto nel rapporto con la propria memoria e con il modo in cui una parte della politica locale affronta temi delicati e divisivi. Colpisce anche la presenza di molti giovani tra i contestatori: ragazzi lontani, per età ed esperienza diretta, dagli anni in cui si consumò la tragedia di Carlo Falvella. È legittimo chiedersi quanti conoscano davvero quella storia e quanto siano consapevoli del dolore reale dietro un nome, una data, una morte. La sensazione è che, in alcuni casi, i giovani vengano trascinati dentro battaglie simboliche costruite da altri, più adulti e più interessati al ritorno politico e mediatico dello scontro che alla comprensione della storia. Carlo Falvella appartiene alla storia di Salerno. La sua morte appartiene alla stagione drammatica della violenza politica. Quella storia va conosciuta, studiata e rispettata, ma non dovrebbe più diventare il pretesto per riportare la città dentro una logica da fazioni contrapposte. La memoria serve se aiuta a capire gli errori del passato, non se viene usata per riaprire ferite e trasformarle in nuova contrapposizione. Salerno, i salernitani e l’Italia hanno davanti sfide ben più gravi: crisi economica, insicurezza sociale, difficoltà delle famiglie, lavoro, futuro dei giovani e un quadro internazionale sempre più incerto. Una città matura non dimentica la propria storia, ma non ne resta prigioniera. La conosce, la rispetta, ne trae insegnamento e poi guarda avanti. Se questa giornata lascerà un insegnamento, dovrebbe essere proprio questo: la memoria merita rispetto, ma il futuro merita ancora più responsabilità.
