«Legge elettorale: la libertà di scegliere dentro il recinto costruito dai partiti.»
Utili idioti che votano inutili idioti
La nuova legge elettorale rischia di consegnarci l’ennesima conferma: in Italia il cittadino viene chiamato a votare, ma sempre meno a scegliere. Per anni Giorgia Meloni e Fratelli d’Italia hanno difeso il ritorno alle preferenze: il diritto degli elettori di indicare direttamente i propri rappresentanti. Un principio semplice: se qualcuno deve rappresentarmi in Parlamento, devo poter scegliere chi è. Eppure, arrivati al governo, quella scelta sembra diventare parziale, limitata, sorvegliata. Il punto non è tecnico. Non è solo premio di maggioranza, soglie, collegi o alchimie parlamentari. Il punto è politico: è la promessa tradita, la presa in giro, l’offesa all’intelligenza dei cittadini. Prima si dice al popolo: “Vi restituiremo il diritto di scegliere”. Poi, arrivati al potere, si scopre che quel diritto può essere corretto, filtrato, addomesticato. Perché scegliere i parlamentari dall’alto conviene: ai capi partito, agli apparati, a chi vuole gruppi fedeli, obbedienti, nominati. È la solita oligarchia mascherata da democrazia. In questo sistema l’elettore diventa un utile idiota: crede di partecipare, ma ratifica decisioni già prese. Vota il simbolo, ma non sceglie davvero la persona. Partecipa al rito elettivo, ma resta fuori dalla decisione vera. Dall’altra parte, troppo spesso, arrivano gli inutili idioti: eletti senza radicamento, senza autorevolezza, senza rapporto reale con il territorio, scelti non perché migliori o più capaci, ma perché più controllabili. Parlamentari che devono tutto al capo, non agli elettori. È questo il cuore della crisi. I partiti non selezionano più classe dirigente: selezionano obbedienza. Non formano politici: producono nominati. Non premiano competenza e visione: premiano la disponibilità al sistema. Una volta la politica era apprendistato: sezioni, territori, confronto. Si iniziava dal basso, ascoltando, imparando, crescendo. Come l’apprendista in bottega, si imparava il mestiere prima di praticarlo: “’O mestiere s’arrubba”, dicevano i nostri nonni. Oggi, troppo spesso, la politica è comunicazione, fedeltà e posizionamento. Ed è qui che il nodo delle preferenze diventa rivelatore. Dopo rinvii, trattative e veti incrociati, l’emendamento sulle preferenze è arrivato. È firmato da Fratelli d’Italia, Noi Moderati e Udc. Non risulta sottoscritto da Lega e Forza Italia. Il centrodestra è unito sull’impianto generale della riforma, ma diviso proprio sul punto più importante: la libertà dell’elettore di scegliere chi mandare in Parlamento. La formula proposta prevede capolista bloccati e, a seguire, fino a tre preferenze tra sei nomi già scritti sulla scheda, con alternanza di genere. Sembra una restituzione di sovranità. Ma bisogna guardare meglio. Il capolista resta bloccato: il primo posto resta nelle mani dei partiti. I nomi tra cui scegliere sono comunque già selezionati dall’alto. L’elettore può incidere, sì, ma dentro un recinto costruito dalle segreterie. Non è libertà piena di scelta: è libertà sorvegliata. È la preferenza con il guinzaglio. La crepa aperta da Futuro Nazionale e dall’area vicina a Roberto Vannacci ha costretto Fratelli d’Italia a non lasciare il tema nel cassetto. Il messaggio era chiaro: se siete davvero per le preferenze, votatele. Non annunciatele soltanto. Non trasformatele in slogan. Non lasciatele morire nei corridoi o dietro il paravento del voto segreto. Il 14 luglio la partita torna nell’Aula della Camera. Lì si capirà se le preferenze sono una convinzione o una sceneggiata, se il Parlamento vuole restituire davvero potere agli elettori o se si limiterà all’ennesimo compromesso utile a salvare la faccia senza cambiare la sostanza. Il punto non è cosa si dice nei comizi. Il punto è cosa si vota in Parlamento. È troppo comodo promettere preferenze quando si è all’opposizione e poi, una volta al governo, scoprire che il sistema è complicato, che serve stabilità, che bisogna garantire la classe dirigente. Sono parole eleganti per dire una cosa semplice: il potere, quando lo conquisti, difficilmente vuoi restituirlo. Meloni rischia così di non apparire diversa dagli altri. Aveva promesso rottura. Ma davanti alla possibilità di restituire potere agli elettori, la soluzione che emerge appare prudente, controllata, compatibile con il vecchio sistema: un po’ di preferenze, sì, ma senza mollare davvero la presa sulle candidature decisive. La democrazia non è mettere una croce ogni cinque anni su un simbolo deciso da altri. La democrazia è scelta, responsabilità, rappresentanza, controllo degli eletti da parte degli elettori. Senza questo, resta solo scenografia. E allora forse è arrivato il momento di smettere di essere utili idioti. Smettere di credere a chi promette preferenze e consegna capolista bloccati. Perché il problema non è più solo chi governa. Il problema è un sistema che trasforma il voto in obbedienza, il Parlamento in dépendance dei partiti e il cittadino in comparsa. Perché un popolo che accetta di non scegliere più davvero chi lo rappresenta, prima o poi, non viene più rappresentato da nessuno.
