13 Agosto 2026

Nuova Legge Elettorale: cosa cambia.

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Martedì 14 luglio la Camera non ha bocciato la nuova legge elettorale, ma ha respinto, per un solo voto, l’emendamento che avrebbe introdotto le preferenze: 188 contrari e 187 favorevoli. La proposta, presentata da Fratelli d’Italia, Noi Moderati e Udc, lasciava bloccato il capolista ma permetteva agli elettori di esprimere fino a tre preferenze sugli altri candidati. Non era libertà piena, perché tutti i nomi restavano scelti dai partiti, ma avrebbe dato ai cittadini almeno una parte del potere di decidere chi mandare in Parlamento. Lega e Forza Italia avevano annunciato il sì soltanto nelle ore precedenti al voto, dopo settimane di resistenze e trattative. Non avevano firmato l’emendamento e temevano un sistema che avrebbe costretto molti candidati a misurare nei territori un consenso personale che probabilmente non hanno e che, con le liste bloccate, non sono obbligati a dimostrare. Le simulazioni pubblicate prima del voto indicavano, infatti, che con le preferenze molti candidati dei partiti più piccoli, in particolare Lega e Forza Italia, avrebbero avuto maggiori difficoltà a essere eletti. Il voto segreto non consente di conoscere con certezza i franchi tiratori, ma gli indizi politici sono difficili da ignorare: le maggiori resistenze erano arrivate proprio da Lega e Forza Italia e il giorno successivo entrambi i partiti si sono schierati apertamente contro il secondo emendamento sulle preferenze, presentato da Edoardo Ziello di Futuro Nazionale e respinto con 233 voti contrari e 139 favorevoli. Non è stata quindi sconfitta tutta la maggioranza, ma soltanto la parte che voleva introdurre quella forma di preferenza, mentre un’altra parte aveva interesse a conservare il sistema esistente. Giovedì 16 luglio la Camera ha poi approvato l’intera riforma con 217 voti favorevoli, 152 contrari e 2 astenuti. Il testo deve ancora passare al Senato e non è quindi una legge definitiva. La riforma elimina i collegi uninominali e introduce un sistema proporzionale con liste bloccate e un premio fisso alla lista o coalizione più votata che raggiunga almeno il 42 per cento in entrambe le Camere: 70 deputati e 35 senatori aggiuntivi, entro il limite complessivo di 220 seggi alla Camera e 113 al Senato. Se la soglia non viene raggiunta anche in una sola Camera, il premio non scatta da nessuna parte e tutti i seggi vengono distribuiti proporzionalmente. La legge può quindi favorire la governabilità, ma non la garantisce. Se nessuna coalizione raggiungesse il 42 per cento, potremmo ritrovarci nuovamente con un Parlamento senza una maggioranza chiara e con accordi politici da costruire dopo le elezioni. Inoltre, il premio crea un salto molto forte: chi resta appena sotto il 42 per cento non riceve nulla, mentre chi lo supera anche di poco ottiene immediatamente 70 deputati e 35 senatori in più. Il tetto massimo limita l’effetto, ma non cancella il problema: una coalizione che resta minoritaria nel Paese può comunque trasformarsi in maggioranza parlamentare. Le preferenze, invece, non ci sono. Il cittadino potrà scegliere il simbolo, ma non direttamente le persone, che verranno elette secondo l’ordine stabilito dalle segreterie. E con l’eliminazione dei collegi uninominali si indebolisce ancora di più il rapporto tra parlamentari e territori. È vero che nei collegi uninominali i voti attribuiti al candidato erano in realtà quelli di tutta la coalizione e non vere preferenze personali, ma almeno esisteva un nome legato formalmente a una determinata zona. Con le nuove liste bloccate e con il cosiddetto “listone” destinato al premio, anche questa già debole forma di collegamento territoriale rischia di scomparire quasi completamente. Il paradosso è quindi evidente: è passata la parte della riforma che può rafforzare chi governa, mentre è stata bocciata quella che avrebbe dato più potere agli elettori. Il premio di maggioranza è sopravvissuto, le preferenze no. Un sondaggio Demopolis mostra che il 68 per cento degli intervistati considera sbagliata l’assenza delle preferenze, mentre il 53 per cento apprezza l’indicazione preventiva del candidato alla Presidenza del Consiglio. Anche sul premio di maggioranza gli italiani non esprimono un rifiuto netto: il 44 per cento è favorevole e il 40 per cento contrario. Questi dati suggeriscono una cosa semplice: gli elettori non rifiutano necessariamente la stabilità o la chiarezza su chi dovrebbe governare, ma vogliono poter scegliere anche le persone chiamate a rappresentarli. Il Parlamento ha accolto la prima esigenza e ignorato la seconda. Il voto segreto ha reso tutto ancora più opaco, permettendo ai franchi tiratori di disattendere le indicazioni pubbliche dei propri partiti senza assumersene la responsabilità. Ma la responsabilità non è soltanto della maggioranza. Anche le opposizioni avevano presentato proposte sulle preferenze, sui collegi e sulla rappresentanza di genere, ma ognuna ha seguito la propria strada senza costruire un testo comune. Se avessero voluto davvero restituire ai cittadini il diritto di scegliere i parlamentari, avrebbero potuto cercare un accordo con la parte della maggioranza favorevole alle preferenze, migliorare il testo e presentare una soluzione condivisa. Invece si sono unite soprattutto nel voto contrario e hanno ottenuto un successo politico contro il governo: ancora una volta il vantaggio propagandistico ha prevalso sull’interesse concreto degli elettori. La nuova legge, inoltre, non garantisce automaticamente la vittoria a Giorgia Meloni o al centrodestra. Le simulazioni mostrano che il risultato dipenderebbe soprattutto da come verranno costruite le coalizioni e, in particolare, dalla scelta di Futuro Nazionale di allearsi con il centrodestra oppure di correre da solo. Con Vannacci dentro la coalizione, il centrodestra potrebbe ottenere la maggioranza; con Futuro Nazionale fuori, il premio potrebbe invece andare al campo progressista. Questo rende la critica ancora più chiara: non è soltanto una legge costruita per favorire una singola parte politica, ma una legge che rafforza soprattutto i vertici dei partiti, qualunque sia la coalizione vincente. Saranno loro a decidere le alleanze, a scegliere i candidati, a stabilirne l’ordine e a compilare il listone destinato a ottenere i seggi del premio. Al Senato le preferenze possono ancora essere ripresentate e, se il testo verrà modificato, dovrà tornare alla Camera. La partita non è chiusa. Il messaggio arrivato finora, però, è semplice: quando si tratta di rafforzare il potere dei partiti, l’accordo si trova; quando si tratta di restituire potere agli elettori, cominciano divisioni, veti e votazioni segrete. Una democrazia non è pienamente libera se permette al cittadino di scegliere soltanto un simbolo, mentre le persone chiamate a rappresentarlo vengono decise altrove, spesso con criteri che poco hanno a che vedere con competenza, esperienza e appartenenza territoriale. In quel caso il voto resta libero soltanto a metà e il Parlamento, ancora una volta, finisce per salvare soprattutto sé stesso.

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