Legge elettorale e promesse facili: il Paese non ha più bisogno di nuovi salvatori della patria
Legge elettorale e promesse facili: il Paese non ha più bisogno di nuovi salvatori della patria
Mentre in Parlamento avanza il confronto sulla nuova legge elettorale, destinata a entrare nel vivo nel mese di luglio, il tema non è solo come voteremo. Il punto vero è un altro: quale politica vogliamo consegnare al Paese?
Una legge elettorale conta. Incide sulla rappresentanza, sulla governabilità, sulla scelta degli eletti. Ma nessun sistema di voto può salvare una politica che continua a vivere di propaganda, slogan e promesse irrealizzabili.
Da anni l’Italia gira nello stesso cerchio. A ogni elezione compare un nuovo movimento, un nuovo leader, una nuova sigla, un nuovo “salvatore della patria”. Tutti promettono di cambiare tutto. Tutti offrono soluzioni semplici a problemi complessi. Tutti dicono di parlare “a nome del popolo”. E una parte dell’elettorato, stanca e delusa, decide di provarli.
Poi arrivano i fatti. E i fatti, quasi sempre, presentano il conto.
La frattura tra cittadini e politica nasce qui: campagne elettorali costruite per vincere, non per governare. Promesse facili, parole d’ordine, nemici da indicare, rabbia da intercettare. Un metodo che funziona nelle urne, ma fallisce alla prova della realtà.
Non riguarda solo i vecchi partiti. Riguarda anche i nuovi. Riguarda chi è in scena da decenni e chi arriva all’ultimo minuto, magari cavalcando visibilità personale e malcontento diffuso. Il caso Vannacci, al di là del giudizio politico di ciascuno, rientra in questa dinamica: volto nuovo, rottura annunciata, linguaggio diretto, disagio trasformato in consenso. Ma il punto non è Vannacci. Il punto è il meccanismo.
Il primo grande esempio contemporaneo, su scala nazionale, è stato probabilmente il Movimento 5 Stelle. I grillini intercettarono una rabbia autentica: sfiducia nei partiti, distanza dalle istituzioni, crisi economica e sociale. Nel 2013 entrarono in Parlamento come forza dirompente; nel 2018 diventarono la prima forza politica del Paese.
Ma proprio lì si è vista la debolezza del populismo. Quando dalla protesta si passa al governo, quando dagli slogan si passa alle decisioni, quando dal “mandiamoli tutti a casa” si passa alla gestione dello Stato, l’elettore misura la distanza tra ciò che è stato promesso e ciò che viene realizzato. E quella distanza diventa delusione.
Il caso dei 5 Stelle non va liquidato con superficialità. Nasceva da problemi veri. Ma anche una protesta legittima, se trasformata in promesse populiste e demagogiche, finisce per consumarsi. La rabbia può accendere un consenso. Non basta a costruire un Paese.
Qui si apre il tema più delicato: la qualità della classe dirigente. Il problema non è che un cittadino comune entri in Parlamento. In democrazia è giusto. Il problema nasce quando l’inesperienza diventa un merito, quando l’assenza di competenza viene venduta come purezza, quando il non aver mai amministrato nulla diventa quasi una garanzia.
Anche in questo il Movimento 5 Stelle è stato emblematico. Una parte rilevante dei suoi eletti arrivò nelle istituzioni senza vera esperienza politica, amministrativa o di governo. Persone comuni, spesso in buona fede, ma selezionate più sull’onda della protesta e dell’appartenenza che sulla comprovata capacità di gestire la cosa pubblica.
Non significa che mancassero persone serie o preparate. Significa però che un Paese complesso non si governa con l’entusiasmo, con l’onestà proclamata o con l’idea di essere “diversi”. Servono competenza, esperienza, conoscenza delle istituzioni, visione economica, visione internazionale, mediazione e senso della realtà.
Il populismo fallisce soprattutto qui: promette soluzioni facili a problemi difficili e spesso porta al potere persone prive degli strumenti per affrontarli. Rompere è semplice. Costruire è un’altra cosa.
Finché la politica continuerà a dire agli italiani solo ciò che vogliono sentirsi dire, il copione sarà sempre lo stesso: fiammata iniziale, consenso improvviso, delusione, crollo. Dalle stelle alle stalle. Poi arriverà un altro volto nuovo, pronto a occupare il vuoto lasciato dal precedente.
È un ciclo che conviene a molti, ma non al Paese. Conviene a chi prende voti, entra nelle istituzioni, occupa posti di potere, distribuisce incarichi, decide risorse e influenza la vita quotidiana delle persone. Non conviene ai cittadini, che restano con gli stessi problemi, spesso peggiorati.
Intanto il mondo corre. Cambiano gli equilibri geopolitici, l’economia globale, il lavoro, la tecnologia, l’energia, la sicurezza, il ruolo dell’Europa. E l’Italia continua troppo spesso a discutere con categorie vecchie, mentre il cittadino viene distratto da una politica che semplifica invece di spiegare.
Il rischio non è solo restare indietro. È non avere più un ruolo. Un Paese che vive di campagne elettorali permanenti, slogan e convenienze immediate non può competere in un mondo che cambia ogni giorno.
Per questo la legge elettorale non può essere ridotta a un calcolo tra maggioranza e opposizione. Il modo in cui si vota conta, ma conta ancora di più chi viene selezionato per rappresentare i cittadini. Se la riforma serve solo a blindare candidature, proteggere apparati e garantire equilibri interni, allora non risolve il problema: lo aggrava.
Il vero cambiamento arriverà solo quando qualcuno avrà il coraggio di fare una campagna elettorale diversa. Non dire agli italiani ciò che conviene dire, ma ciò che è necessario sapere. Non trattarli da clienti da conquistare, ma da cittadini adulti.
Dire la verità può far perdere voti. Ma continuare a mentire, semplificare e promettere l’impossibile costa molto di più: significa condannare il Paese a una crisi permanente di fiducia, crescita e credibilità.
La domanda, allora, non è solo con quale legge voteremo. La domanda è per quanto tempo ancora voteremo chi ci racconta favole, per poi sorprenderci quando quelle favole diventano l’ennesima delusione.
Il Paese non ha bisogno dell’ennesimo Masaniello. Ha bisogno di una politica adulta, seria, competente e coraggiosa. Una politica capace di dire la verità anche quando la verità non porta applausi.
Perché un popolo può anche accettare un sacrificio, se ne comprende il senso. Ma prima o poi smette di perdonare chi lo illude.
