8 Giugno 2026

“Gettonopoli” al comune di Torre Annunziata. Fari su Salerno

Immagine1

Gettoni ai consiglieri, rimborsi ai datori di lavoro, OMISSIS, ricalcoli e diffide: le carte del Comune ricostruiscono un sistema pagato con soldi pubblici. la rappresentanza politica è ancora solo servizio ai cittadini o può diventare anche una posizione economicamente appetibile?

A Torre Annunziata un’inchiesta della Procura e della Guardia di Finanza ha acceso i riflettori su gettoni e rimborsi ex artt. 79-80 TUEL: assenze dal lavoro e presunti meccanismi distorti legati alla partecipazione alle commissioni consiliari. L’indagine conferma che il sistema dei rimborsi ai datori di lavoro, quando muove denaro pubblico attorno a mandati politici, deve essere controllato non solo sul piano formale, ma anche nella sostanza. Chi verifica in concreto la reale consistenza del rapporto di lavoro? Chi controlla la proporzione tra ore richieste, attività istituzionale svolta, dimensione aziendale e somme rimborsate? E cosa succede se qualcuno, in mala fede, prova a sfruttare il meccanismo? Il problema non è dire che qualcuno abbia violato la legge. Il problema è chiedersi se un sistema capace di muovere somme così alte attorno a mandati politici temporanei sia anche efficace nell’impedire abusi, posizioni di comodo e convenienze personali pagate con denaro pubblico. Anche Salerno ha i suoi conti: quelli della politica comunale.  Conti che, tra gettoni di presenza e rimborsi ai datori di lavoro collegati ai permessi degli amministratori, supera i 2,7 milioni di euro nella sola ultima consiliatura. Il totale complessivo principale con OMISSIS è pari a 2.764.444,17 euro: 2.354.564,59 euro in gettoni di presenza, 381.153,08 euro in rimborsi nominativamente attribuiti ai datori di lavoro e ulteriori 28.726,50 euro con nominativo oscurato. Il punto non è sostenere che quei pagamenti siano illegittimi. I gettoni sono previsti dall’ordinamento; i rimborsi ai datori di lavoro sono previsti quando un lavoratore dipendente esercita un mandato pubblico e si assenta per svolgere attività istituzionale. Il punto è un altro, molto più scomodo: se una carica politica temporanea può generare, direttamente o indirettamente, flussi economici così rilevanti, quanto diventa appetibile restare dentro quel sistema? E chi controlla davvero che nessuno possa approfittarne? Per capire come funziona bisogna separare due piani, in modo semplice. Il primo è quello dei gettoni di presenza: sono somme che il Comune liquida direttamente ai consiglieri per la partecipazione alle sedute. Il secondo è quello dei rimborsi previsti dagli articoli 79 e 80 del TUEL, il Testo Unico degli Enti Locali. Qui il meccanismo è diverso: il consigliere o l’amministratore, se è lavoratore dipendente, si assenta dal lavoro per svolgere il mandato pubblico; il datore di lavoro continua a pagargli la retribuzione per quelle ore o giornate di assenza; poi il datore di lavoro chiede al Comune il rimborso degli oneri sostenuti. In pratica, il Comune non versa quel rimborso direttamente al consigliere, ma al datore di lavoro. Tuttavia il risultato concreto è che il consigliere-lavoratore conserva lo stipendio mentre svolge attività istituzionale, e quel costo viene poi coperto con denaro pubblico. Ciò che il sistema intero racconta è che attorno al mandato di alcuni consiglieri possono muoversi cifre molto superiori a quelle che un cittadino medio percepisce con un normale stipendio da lavoro dipendente. La domanda, allora, va posta senza ipocrisie: fare o rifare il consigliere comunale può diventare economicamente conveniente? Per i consiglieri senza incarichi esecutivi o altre funzioni istituzionali più remunerative, la combinazione tra gettoni di presenza e continuità della retribuzione lavorativa coperta dal sistema dei rimborsi può produrre un beneficio economico diretto e indiretto molto rilevante. Non si può affermare che un consigliere si candidi o si ricandidi per ragioni economiche. Ma quando i numeri mostrano importi elevati, continuità nel tempo e posizioni che tornano per più consiliature, la domanda diventa legittima: la corsa al Consiglio comunale è alimentata solo da passione civica e spirito di servizio, o anche dalla convenienza a restare dentro un circuito istituzionale capace di generare entrate, coperture e rimborsi pagati con soldi pubblici? La questione diventa ancora più irritante se guardata dal punto di vista dei cittadini. I soldi con cui il Comune paga gettoni e rimborsi non arrivano dal nulla: sono risorse pubbliche, alimentate anche dalle tasse pagate dai cittadini. Da una parte c’è il cittadino ordinario che fatica a rispettare le scadenze, che rateizza, che paga interessi, che teme la cartella comunale. Dall’altra c’è un sistema amministrativo che, nel pieno della legalità formale, può muovere decine e decine di migliaia di euro attorno ad alcuni mandati politici. È qui che nasce l’indignazione pubblica: non perché il diritto al mandato debba essere negato, ma perché ogni euro pubblico deve essere leggibile, giustificato, controllato e spiegato.

Sia chiaro non stiamo attribuendo responsabilità penali, contabili o disciplinari. Non affermiamo che i rimborsi siano illegittimi. Stiamo solo mettendo in fila documenti, cifre, società, consiglieri, determine, ricalcoli e domande. E una domanda, alla fine, pesa più di tutte: il cittadino di Salerno può conoscere davvero, in modo semplice e verificabile, quanto costa e quanto paga la propria macchina politico-amministrativa? Oltre 2,7 milioni di euro non sono una nota a piè di pagina. Sono soldi pubblici di tutti noi.

About Author