8 Febbraio 2026

Per fortuna abbiamo un sistema sanitario preparatissimo… a farsi trovare impreparato.

La sanità che sviene al primo starnuto.

in Campania basta un’influenza stagionale per far saltare tutto.

Non una pandemia, non un virus sconosciuto… no: la normale influenza stagionale, quella che sappiamo quando arriva e come si comporta. Eppure ogni anno ci ritroviamo con gli ospedali al collasso, i pronto soccorso saturi, le barelle ovunque e l’ennesima “unità di crisi” convocata d’urgenza.

Al Ruggi di Salerno, stavolta, si è arrivati al punto di sospendere tutti i ricoveri programmati.
Tutti; tranne oncologici urgenti e operazioni improrogabili.                              

Una misura estrema, che non andrebbe neanche immaginata in un’azienda ospedaliera universitaria.
E invece eccoci qua: dimissioni accelerate sette giorni su sette, sbarellamento continuo, riorganizzazione dei turni, posti letto tecnici aggiuntivi, personale spostato da un reparto all’altro come in una partita a Tetris giocata con la febbre alta.

E mentre i medici e gli infermieri reggono un sistema che si sfalda, si ripete sempre la stessa storia: “colpa del picco influenzale”.

Che è come dire che se una casa crolla per un temporale, la responsabilità è del meteo e non delle fondamenta marce.

La verità — e bisogna dirla senza paura — è che la sanità campana non cade per l’influenza. Cade perché non è stata mai messa in condizione di reggere.

Cade perché vive in uno stato di emergenza permanente che non ha niente di emergenziale:
è solo il risultato di anni di scelte sbagliate, di personale insufficiente, di posti letto sotto la soglia minima, di ospedali lasciati soli e di una rete che non è una rete, ma una serie di isole scollegate tra loro. E mentre tutto questo accade, succede una cosa ancora più surreale:
le direzioni cambiano, si spostano, si ricollocano persino in ruoli nazionali, spesso nel pieno di procedimenti giudiziari o richieste di rinvio a giudizio.

Non faccio nomi, non serve: i cittadini li conoscono fin troppo bene questi “super-manager” che passano da un’Asl a un grande ospedale e da lì a posizioni ancora più alte… esattamente mentre gli ospedali veri rimangono senza una guida stabile. C’è qualcosa di profondamente sbagliato in tutto questo. Perché se il Ruggi — l’hub più importante della provincia — si ritrova a metà gennaio con un’ondata influenzale e senza un direttore generale stabile, c’è poco da stupirsi se ogni reparto va in apnea e ogni pronto soccorso esplode. È come lasciare un transatlantico senza comandante in mezzo al mare… e poi lamentarsi se sbanda.

E intanto, nei territori dell’Agro, di Cava, dell’Irno e del Cilento, la situazione è identica, se non peggiore: mancanza di personale, lunghe attese, reparti accorpati, ambulanze ferme per ore perché non c’è un letto dove lasciare i pazienti. È qui che bisogna dirlo chiaramente: non è l’influenza a far crollare gli ospedali. È la mancanza di programmazione, la carenza di organico, la confusione decisionale, le nomine fatte senza criterio, i ricollocamenti strategici, la politica assente, e soprattutto un sistema che non risponde a nessuno.

E allora smettiamola di chiamarla emergenza. Perché un’emergenza è qualcosa che ti coglie di sorpresa. Qui invece non c’è nessuna sorpresa: c’è solo la conferma annuale di un fallimento che si ripete identico, ogni gennaio, da anni.

La Campania merita di più. Salerno merita di più. I territori meritano di più.
Meritano una sanità che funzioni tutti i giorni, non solo quando il virus resta a casa.

Finché non ci sarà trasparenza sulle nomine, programmazione vera, personale sufficiente e motivato, una rete ospedaliera che sia davvero una rete, noi continueremo a chiamare “influenza” quello che in realtà è un problema molto più grande: la sanità campana che cade da sola.

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