10 Maggio 2026

SALERNO 2026 – SEI CANDIDATI, MILLE PROMESSE E ZERO ALLENATORI PER LA SALVEZZA

panchina Salerno

Salerno si prepara alle elezioni comunali come si preparano certe squadre a fine campionato:
con tanta voglia di salvarsi e una leggera confusione su chi debba scendere in campo e chi andare in panchina.

Da una parte abbiamo Vincenzo De Luca, che a Salerno non è un candidato: è un genere letterario. Torna in campo, rimette ordine e disciplina, fa partire il tour nei quartieri e nel frattempo costringe avversari, ex alleati, alleati degli ex alleati e civici di professione a ripassare in fretta il manuale di sopravvivenza politica. Il Pd lo sostiene, ma senza simbolo: una specie di presenza spirituale, come il parente che a Natale c’è ma non si vede in foto ed alla fine paga il cenone.

Dall’altra parte “c’era” il famoso campo largo, che a Salerno ha avuto un destino urbanistico curioso: da largo è diventato stretto, poi vicolo, poi traversa cieca. Così è spuntato Franco Massimo Lanocita, candidato di 5 Stelle, sinistra assortita e mondo civico-comitatizio. Un pezzo politico serio, per carità, ma anche la prova vivente che quando a Salerno dicono “stiamo lavorando all’unità”, in realtà stanno già scegliendo il nome del terzo candidato.

Poi c’è il capitolo più salernitano di tutti: il centrodestra diviso persino quando dovrebbe presentarsi unito per regolamento morale, storico e aritmetico.

Forza Italia guarda a Armando Zambrano, area moderata, centrismo evoluto, civismo pettinato, professionismo in giacca blu.

Fratelli d’Italia, Lega e Noi Moderati invece vanno con Gherardo Maria Marenghi, figlio d’arte universitaria sbarcato alla sua prima candidatura a sindaco.

Tradotto: non una squadra compatta, un centrodestra tattico da sfondamento, ma piuttosto una squadra senza allenatore, dove ogni giocatore già sa che il campionato è perso e gioca tanto per giocare.

Nel frattempo, mentre i “big” (si fa per dire) si dividono tra simboli visibili, simboli invisibili e simboli imbarazzati, spuntano anche gli outsider: Domenico Ventura (conosciuto anche come Mimm o’ pazz) che lotta in zona salvezza con Dimensione Bandecchi e Alessandro Turchi con Salerno Migliore, che sogna Roma ma per ora si deve accontentare di Salerno (e forse manco).

La sensazione è chiara: più che una sfida sulla visione di un futuro migliore per la città, si sta giocando una partita fatta di equilibri politici e di candidature costruite per necessità personali. Salerno si prepara così al voto: con sei candidati sindaco (per ora), una foresta di liste e candidati consiglieri che si annunciano in una lista e si ufficializzano in un’altra. Il campo largo è diventato campo santo, il centrodestra diventato centrodestri, e il deluchismo che, anche quando lo credi archiviato, ti ricompare nel quartiere prima ancora del manifesto funebre. Più che elezioni comunali, sembrano audizioni per una ciurma di ONE PIECE.
Titolo provvisorio: “Il nuovo Re – ALL’ARREMBAGGIO!

Gli uscenti ed il redivivo a sentirli, sembra che finora Salerno fosse amministrata da qualcun altro; della serie: “io non c’ero e se c’ero non ero io”.

I programmi poi, o meglio le dichiarazioni di intenti, sono un piccolo capolavoro di equilibrio creativo tra ovvietà e populismo.

Tutti annunciano più servizi, più manutenzione, più attenzione ai quartieri, più sviluppo, più sociale, insomma, più tutto. L’unica cosa che non si dice mai è la spiegazione di come si paga tutto questo. Perché il grande assente dalla campagna elettorale è lui: il bilancio comunale.

Quella cosa noiosa, piena di numeri, che non va ai comizi, che nessuno interpella, che nessuno capisce ma che, alla fine, decide chi può fare cosa. Il bilancio non promette, non sorride, non stringe mani. Si limita a dire: “questo sì, questo no”. Ed è l’unico candidato che, il giorno dopo le elezioni, non cambia idea, e soprattutto non fa promesse che non può mantenere. Ed infatti a Salerno sembra valere una regola molto semplice: le promesse sono gratuite, la loro realizzazione no! E quindi si va avanti così: tutti promettono tutto ma nessuno dice: “questo non si può fare”; perché dirlo in campagna elettorale è come fischiare contro la propria squadra. Poi c’è il tema che si affronta sempre di lato, mai davvero al centro: l’esperienza amministrativa. Perché governare una città come Salerno non è un’idea astratta, un progetto, una buona intenzione; è gestione concreta, reale, pratica di una azienda, di una macchina burocratica estremamente complessa che deve produrre utili; dove l’utile è il benessere economico, la qualità della vita dei salernitani, le opportunità di crescita sana per i più piccoli, le opportunità di lavoro per i giovani, una vita sana e prospera per tutte le famiglie.

E qui il dubbio viene spontaneo. Guardando il quadro generale, la sensazione è questa: molti parlano da sindaci, ma pochi hanno davvero esperienza nel gestire situazioni amministrative complesse. Non è una critica personale; è una constatazione. E diventa un problema quando la città è in condizioni tutt’altro che semplici.  Salerno oggi è come quella squadra di calcio con problemi strutturali, con margini ridotti, che non può permettersi errori, una squadra da salvezza, proprio come la sua Salernitana. In questi casi, normalmente, si cerca un allenatore che ha già fatto salvezze difficili. Uno che sa dove intervenire, cosa tagliare, come gestire la pressione, non uno che arriva dicendo: giochiamo bene e poi vediamo. E invece la sensazione è proprio questa: una squadra in difficoltà che sceglie l’allenatore più per equilibrio tra dirigenti che per esperienza nel salvarsi.

Poi arriva il giorno dopo le elezioni. E lì succede una cosa strana, resta solo la realtà.

E la realtà è fatta di: scelte difficili, risorse limitate, decisioni impopolari ed è qui che le promesse collodiane incontrano la balena che si pappa tutto.

Perché il nodo è questo: i Comuni italiani (e quindi anche Salerno) operano con vincoli di bilancio rigidi, spese obbligatorie elevate, margini di investimento limitati. Ogni promessa tipo “più servizi”, “più manutenzione”, “più sociale”, “più opere”, implica una cosa sola:
Vuoi più servizi? Servono entrate o tagli alle spese; vuoi opere pubbliche? Devi optare per mutui, fondi esterni privati o vendite di beni pubblici; vuoi abbassare le tasse? Devi ridurre la spesa; Traduzione: “Ce vonn’ ’e sorde!”

Soldi che oggi il Comune non ha e avere credito sul mercato vista la situazione del bilancio disastrato e pressoché impossibile. Pretendere e pensare poi che ci pensa lo Stato a pagare è una vecchia mentalità che non corrisponde assolutamente alla verità, alla realtà di oggi.  Solo le promesse sono gratuite!

Salerno non è una città “facile” da gestire. Non è un Comune che può essere gestito da neofiti o peggio, continuare ad essere gestito da coloro che ne hanno provocato il disastro economico. I fatti ad oggi ci dicono che programmi “veri” non esistono e né sono in grado di farli perché il giorno dopo le elezioni, il programma vero lo farà il bilancio. Nonostante tutto, non è una partita già persa. Perché Salerno non è solo problemi e bilanci complicati. È anche una città ricca di storia, storie nascoste e di risorse economiche e naturali mal gestite; un piccolo tesoro che potrebbe farla risorgere se solo ci fosse un sindaco illuminato e dei cittadini più attenti e sensibili. Alla fine la differenza la farà una cosa molto semplice:

chi avrà il coraggio di dire e far comprendere ai salernitani la verità, prima, non dopo.

Non il programma più lungo; non la promessa più grossa ma la serietà. Salerno si avvia al voto con sei candidati, mille promesse, poche certezze e molte incertezze sul proprio futuro. E una domanda che vale più di tutte: chi è davvero capace di salvare la partita?

Perché governare non è promettere tutto a tutti. È sapere cosa si può fare davvero e farlo!

È avere il coraggio di dire la verità prima e non di nasconderla dopo. È assumersi la responsabilità di scelte anche difficili. Ma anche i salernitani devono fare la loro parte perché sono parte della squadra. Devono pretendere serietà. Devono accettare che non tutto è possibile. Devono scegliere non chi promette di più, ma chi può sbagliare di meno. Devono essere disposti ad un po’ di sacrifici. Perché quando sei in zona retrocessione non ti serve chi è più bravo a promettere, ti serve chi ti salva.

E oggi a Salerno, più che una campagna elettorale, sembra di assistere ad una partita giocata con giocatori ed allenatori scarsi ed improvvisati alla “Io speriamo che me la cavo”. E il problema non è chi vincerà. Il problema è chi sarà davvero in grado di non far perdere la città, quando il fischio finale non sarà più quello della campagna elettorale, ma quello della realtà.

About Author