10 Maggio 2026

La strumentalizzazione del Caso Tortora e l’appello per il SÌ al referendum Giustizia

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Giustizia e garanzie. Quando un processo diventa una condanna mediatica prima ancora della sentenza.

In questi giorni le polemiche contro i comitati per il SI si alimentano ad arte anche a causa di una presunta strumentalizzazione del caso TORTORA. La vicenda di Enzo Tortora resta una ferita indelebile allo Stato di diritto e un monito: la giustizia deve saper garantire a chi viene giudicato un processo equo, ma deve poter salvaguardare soprattutto la presunzione d’innocenza. Il referendum sulla separazione delle carriere riporta al centro una domanda semplice: come dare forza all’imparzialità e l’equilibrio del giudice terzo dalla soverchiante onnipotenza del pubblico ministero? Come ripristinare la fiducia nella magistratura dopo i tanti scandali e gli errori giudiziari?

Ci sono storie che non appartengono soltanto alla cronaca ma all’immaginario di ognuno di noi. Il caso Tortora è uno di questi. Non perché sia “l’unico” si fa per dire errore della giustizia italiana, anzi si tratta invece di una colpa grave, di un dolo mai direttamente risarcito, che non debba scagliarsi con il suo corpo martoriato, né contro la magistratura associata in quanto tale, né tantomeno contro il singolo magistrato. Al contrario privo di ogni sentimento di umana vendetta: Tortora è invece il simbolo per chi crede ancora che si affermi lo Stato di diritto e che le istituzioni non debbano essere occupate manu militari da un potere corrotto e corruttore. Affinché il processo possa essere davvero giusto, non deve soltanto arrivare a una decisione equa: deve garantire procedure e imparzialità lungo tutto il giudizio in tempi congrui e ragionevoli. Ecco perché, a distanza di anni, Tortora torna spesso strepitosamente nel dibattito quando si parla di riforma. Non come “prova” che i processi siano sempre ingiusti, ma quale protagonista di una verità scomoda: quando il giudizio è falso, anche se poi si corregge in appello, il prezzo umano e sociale per chi è vittima diventa enorme, irrisarcibile. È su questo punto che molti sostenitori del costruiscono la loro argomentazione: rafforzare terzietà del giudice, equilibrio tra accusa e difesa e credibilità del singolo magistrato, che sia esso giudicante o requirente non significa indebolire la giustizia, ma al contrario renderla più viva, più credibile e più vicina agli standard delle democrazie liberali. Il giudice non solo deve essere imparziale, ma deve anche apparire tale. Il caso Tortora è ricordato per elementi che oggi risultano drammaticamente attuali: Tortora, pur arrivando all’esito finale che ne riconobbe l’innocenza, grazie e soltanto alla battaglia politica sulla “Giustizia Giusta” condotta da lui e dal Partito Radicale, da Marco Pannella e Leonardo Sciascia, pagò comunque un prezzo altissimo. Ed è qui che si innesta il ragionamento politico e civile: una democrazia liberale, una democrazia matura, avanzata, prova a stabilire principi che rendano meno possibili gli errori, più forte e credibile il diritto e la qualità delle sue decisioni e più viene tutelata la dignità delle persone, i fondamentali diritti umani.

Chi sostiene il SÌ insiste su un concetto che può sembrare tecnico ma è intuitivo: il giudice deve essere terzo non solo nei fatti, ma anche nella percezione dei cittadini. La riforma mira a rendere più netta la distinzione fra chi giudica e chi accusa, nella direzione di carriere e assetti di governo separati. L’obiettivo dichiarato dai sostenitori è rafforzare la terzietà: non perché i magistrati oggi non siano indipendenti, ma perché l’indipendenza — sostengono — non basta se non è accompagnata da una struttura che renda il giudice chiaramente distinto dall’accusa. Sganciato da condizionamenti di una carriera unica e dalle rappresentanze delle magistrature associate. Il giudice deve essere solo nel giudizio con la propria coscienza e spogliato da ogni tipo di condizionamento esterno. Nel caso Tortora, l’opinione pubblica assistette a un cortocircuito: l’indagine venne percepita come verità, l’accusa come certezza. Quando succede, la terzietà del giudice diventa il vero argine. E un argine funziona anche grazie a come è costruito. C’è poi un tema che Tortora ha consegnato alla memoria: l’accusato, da solo, è fragile davanti a un meccanismo complesso e potente. La giustizia non deve essere un braccio di ferro tra chi “ha forza” e chi non ce l’ha: deve essere un percorso regolato in cui ogni parte è messa nelle condizioni di far valere le proprie ragioni. Non è una riforma “pro-difesa” o “pro-accusa”: è, nelle intenzioni, una riforma per i milioni e milioni d’italiani, che direttamente o indirettamente sono stati e sono tuttora fagocitati dalle fameliche fauci di questa giustizia. Un’altra parola-chiave è credibilità. Negli ultimi decenni, la magistratura — pur restando un pilastro costituzionale — è stata attraversata da discussioni pubbliche sul suo governo interno, sulle dinamiche organizzative, sull’influenza delle correnti. Il referendum, per chi lo sostiene, è anche una risposta a questa fragilità di fiducia: più separazione, più trasparenza, più regole chiare. L’idea di fondo è che un sistema credibile non può permettersi zone grigie: perché ogni ombra alimenta sfiducia, e la sfiducia nella giustizia è un danno enorme per un Paese. Tale per cui se ne deduce che la centralità di una più ampia completa riforma strutturale non è più oltremodo procrastinabile.

Tortora, in questo senso, è un simbolo: non perché “dimostri” che la magistratura sia avvolte inaffidabile, ma perché dimostra quanto sia devastante, per un cittadino, quando la fiducia crolla. Tortora è una lezione su cosa accade quando la giustizia diventa circo mediatico giudiziario, la gogna di un processo parallelo su giornali e televisioni, la “narrazione” e la narrazione diventa “condanna” prima della sentenza passata in giudicato. Per i sostenitori del SÌ, la riforma è un modo per rafforzare l’architettura delle garanzie, volute da Giuliano Vassalli e sostenute dalle ragioni di Giovanni Falcone: un modo per dire che la giustizia non deve chiedere ai cittadini un atto di fede, ma deve meritare fiducia con principi che ne rendano più evidente l’imparzialità. Perché citare Tortora quando si parla di referendum sulla giustizia?
Per ricordare che un errore giudiziario può distruggere o spesso togliere una vita, anche se poi viene riconosciuto. E che la terzietà del giudice, la chiarezza dei ruoli e la credibilità delle istituzioni sono garanzie concrete, non dettagli. Votare SÌ significa rafforzare regole e principi, la terzietà, perché la fiducia dei cittadini non si pretende: si conquista, deve con-vincere. Non è una battaglia contro la magistratura, sebbene la si voglia grossolanamente riportare a questo, è una battaglia per una giustizia che sia — e appaia — più imparziale, più credibile, più giusta. Perché ogni cittadino, famoso o sconosciuto, potrebbe un giorno avere bisogno di queste garanzie. Altrimenti questa giustizia può continuare indisturbata a colpire anche te ..

Donato Salzano e Luigi Cerciello – Comitati Civici Referendari Radicali

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